FRESCO DI STAMPA. “La Lingua tra i denti”, storia d’amore per chi vive la vita come una salita da fare con mani e piedi legati

Inauguriamo questa nuova rubrica domenicale dal titolo Fresco di Stampa. Proporremo ogni settimana libri recenti, nuovi, nuovissimi di autori locali e non solo, grazie alla collaborazione con la Spring Edizioni. Lo facciamo subito incontrando il primo autore, Gino Bernardi.

Inizierei a chiederti perché scrivi. Cosa significa per te scrivere?

Ho l’età giusta per restituire agli altri quanto ho appreso nella vita e poi scrivere mi fa conoscere mie peculiarità che io stesso non pensavo di possedere. 

Infatti hai iniziato a scrivere in età matura. Come mai?

Perché non mi ero mai cimentato. Nemmeno sapevo di poterlo fare.

Da dove è nata l’ispirazione per “La lingua tra i denti”? Il romanzo è autobiografico?

La mia intenzione era scrivere un romanzo che trattasse il tema del difficile rapporto di ognuno col proprio passato ed è chiaro che, anche se non si vuol finire nell’autobiografia, la visione personale dei vari aspetti della vita emerge sempre. Un personaggio chiave della storia è una donna ex tossicodipendente.Un’amica, dopo quarant’anni pensò di lasciarsi andare e raccontarmi dei suoi rimpianti, delle paure e della rabbia contro se stessa. Far pace col proprio passato è ancora più difficile per chi è stato tossicodipendente. In più il personaggio è una donna e questo appesantisce il suo status, perché una donna vive ancora peggio lo stigma rispetto a un uomo. Di una donna si pensa subito a cosa abbia fatto per procurarsi la droga. Il maschio ruba, la femmina si prostituisce. Questa è l’idea. Quindi la donna, oltre che tossica, viene anche additata come prostituta. E quel marchio non se lo toglierà mai di dosso, in una società maschilista come la nostra. Inoltre, la figura creata mi ha consentito anche di trattare il tema della diversità. Perché i tossicodipendenti sono visti come diversi. La trama così è venuta da sé, con la volontà di fare un viaggio nelle varie sensibilità umane, partendo da quella del protagonista “non tossico” ma dall’animo carico di rimpianti, per finire a quella della tossicodipendente, anche lei con i propri sogni infranti e tanto da perdonarsi.

Visto che ne hai parlato, ti va di approfondire la figura un po’ controversa di Erica? Si tratta della tua amica?

Niente affatto. L’incontro con la mia amica mi ha soltanto dato l’idea. Di lei nella storia non c’è assolutamente nulla, se non l’esperienza passata della dipendenza dall’eroina. No. Ho letto molto sui tossicodipendenti, soprattutto donne, italiane e straniere. Internet è piena di testimonianze. Mi sono soffermato sulle loro paure, sui loro artifici per procurarsi la droga. Ho preso da una, da un’altra, da un’altra ancora e ho creato il personaggio. Ho scelto di inserire la sieropositività post-tossicodipendenza per acuire la diversità e le difficoltà nella vita di chi è Erica nella realtà. 

Hai una visione personale della tossicodipendenza. Questa traspare dal libro.

Ho cercato di fare una sintesi delle mie idee, senza emettere giudizi. Chi sarei io per giudicare, oltretutto? Ho sempre pensato che nella droga si cada perché si è deboli e anche perché si è stupidi. Ma una volta che ci si è caduti, si smette di essere deboli o stupidi e si è solo malati. I tossicodipendenti non vanno criminalizzati. Farlo non aiuta loro, ma neanche la società, come la storia recente ci dimostra, perché il criminale è il trafficante. La stessa sieropositività è un’ulteriore stigma, conseguenza di errori commessi nel passato. Dovremmo essere più empatici nei riguardi dei sieropositivi, meno spaventati (soprattutto alla luce degli enormi passi avanti che ha fatto la ricerca sull’HIV) e, soprattutto, meno giudici dalla condanna facile. Mentre scrivevo io ero Erica. A un certo punto lei lo chiede: “Per quanto ancora dovrò pagareper i miei errori?”

Il testo risponde in maniera positiva alle aspettative di chi è abituato a letture distese; la narrazione infatti ricorda i romanzi americani alla Roth ricchi di ampie descrizioni in terza persona e di fasi dialogiche che aiutano a imprimere ritmo e a caratterizzare i personaggi.

Credo che il lettore debba sentirsi parte del romanzo, ritrovarsi nei personaggi, confrontarsi con loro e rivedersi negli ambienti descritti, viverli, sentire gli odori, vedere i colori, ascoltare i suoni.

Hai detto che il libro non è autobiografico. Quindi le ambientazioni, o i rapporti controversi con le donne, quasi sempre con problemi di natura sessuale?

Sono fantasie costruite su realtà da me conosciute ed elaborate secondo le mie esperienze.

Perché credi che si debba leggere il tuo libro?

Forse perché non dà risposte ma fa porre domande. Perché io stesso non ho risposte e mi pongo molte domande.

Hai nuovi progetti in vista? Stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho quasi finito di scrivere un secondo romanzo “Il postulato di Jacopo Araldi” e ne ho già in mente un terzo. Diciamo che “Il postulato” e il successivo completeranno una sorta di trilogia con cui, partendo da “La lingua tra i denti”, vorrei affrontare il delicato rapporto dell’uomo col proprio passato, la sua proiezione nel futuro e i paradossi della vita. Il postulato racconta la storia di due ragazzini diciassettenni nel 1943 in fuga dai nazifascisti e dalla guerra. Il paradosso è che lei era ebrea e lui che ebreo non era, nel periodo in cui gli ebrei si nascondevano, avrebbe voluto esserlo, affascinato dalla grandezza delle loro menti, Einstein su tutti.

Qual è il romanzo che hai letto e ti ha più colpito emotivamente in quest’ultimo anno?

Ne citerei due, e non sono titoli nuovi: “Addio alle armi” e “Narciso e Boccadoro”, Hemingway ed Hesse. Confesso che non li avevo ancora letti.

Quale romanzo ti ha rivoluzionato la vita facendoti decidere di scrivere a tua volta?

Non c’è un romanzo che mi ha spinto a scrivere. Quello che mi ha colpito di più, per la trama e per lo stile è stato “Un uomo”, la Fallaci. Lo lessi nel 1991. Lo stile di scrittura di quel libro mi aprì un mondo.

Quale libro non consiglieresti mai a nessuno?

Nessuno. 

Quali sono state quindi le maggiori difficoltà, se ne hai riscontrato, durante la prima stesura?

Imparare a scrivere. Sempre che abbia imparato a farlo.

Perché hai deciso di inviare il dattiloscritto agli editori e tentare la pubblicazione?

Ho fatto il direttore commerciale per molti anni. Un prodotto in cui si crede va sempre proposto.

Quanto tempo è trascorso dal tuo primo invio alla firma del contratto?

Tre mesi, forse meno.

Ora che hai firmato un contratto di edizione e sei prossimo alla pubblicazione del libro, quali sono le speranze e quali le paure?

La speranza è che piaccia ai lettori. Paure non ne ho. Mi piace scrivere.

Quindi, quali sono le tue aspettative di scrittore?

Spero di avere sempre idee per scrivere e raccontare e di migliorarmi.

Hai parlato del passato e hai fatto cenno al futuro. Vuoi addirittura insistere sul tema. Perché?

Perché, come dice Luigi il protagonista del libro, siamo ciò che siamo stati e saremo ciò che siamo. Se non capiamo da dove veniamo non sapremo nemmeno dove andiamo.

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