Una premessa prima di ogni cosa. Quella che vi presentiamo non è una rubrica, non è un appuntamento fisso e non è nemmeno un’operazione strappalacrime (ci sono, purtroppo, motivi ben più validi per piangere…). Con cadenza più o meno regolare, sulle colonne di GIORNALE NEWS apriremo i ricordi delle leggendarie stagioni teatrali dell’ALAMBRA di Maddaloni, luogo di cultura, spettacolo ed aggregazione che per oltre un secolo (la sua inaugurazione risale al 1905) ha rappresentato un punto di riferimento pressoché inimitabile ed ancora oggi irraggiungibile. Con la famiglia Barletta impegnata, per tre generazioni, in scommesse, spesso ritenute impossibili per una piccola sala di provincia, che quasi sempre si sono trasformate in pagine indimenticabili di arte e di teatro, di palcoscenici impolverati e camerini da condividere, di attori straordinari e di starlette che mandavano in visibilio il pubblico maschile. Le stagioni teatrali hanno rappresentato la punta massima nella storia dell’Alambra di Maddaloni. Un cartellone da fare invidia alle grandi città, produzioni dalle griffe altisonanti (citiamo Garinei & Giovannini in rappresentanza della categoria) e soprattutto interpreti e storie che hanno lasciato un segno a tutti coloro hanno avuto la fortuna di vivere la sala di Corso I° Ottobre. Il Teatro Alambra e il suo storico patròn, il commendatore Clemente Barletta, “don Titino” per tutti, sono stati “luce” in una città troppo spesso “spenta” oppure, ancora peggio, in mano a mercanti di stelle sbiadite. Un pochino come accade oggi dove ogni tanto il fenomeno di turno torna a parlare di Teatro Alambra senza conoscerne storie, segreti, vissuti e soprattutto complessità organizzative. In alcuni casi senza aver mai comprato un biglietto per uno spettacolo. Con queste “pillole” cerchiamo solo di aprire con, con garbo ed educazione, stili ineccepibili di chi fa teatro, una piccola parte di un preziosismo scrigno di ricordi.  
Febbraio 1998: Gianmarco Tognazzi ed Alessandro Gassmann sul palcoscenico del Teatro Alambra

Nel febbraio del 1998, Alessandro Gassmann e Gianmarco Tognazzi erano poco più che trentenni. Un’amicizia forte e longeva, ancora oggi intatta e solida, che li faceva somigliare più a due attaccatissimi fratelli che a semplici compagni di scena. Entrambi avevano appiccicata la più tremenda delle etichette per il chi lavora nel mondo dell’arte, quella di essere “figli di…”. Due cognomi ingombranti e pesantissimi che tanto ti danno e moltissimo ti levano. Gassmann & Tognazzi…oh mamma mia! I “Mostri” del nostro cinema, i “Colonnelli” della commedia firmata dai Monicelli, Salce, Scola, Risi. I protagonisti di capolavori impressi nel tempo come “C’eravamo tanto amati”, “La Grande Guerra”, “Amici Miei”, “Il Vizietto”. E questi due cosa vorrebbero fare? Gli attori? Ripercorrere le orme degli illustri genitori? Non scherziamo…non facessero vilipendio al cognome! Al massimo Alessandro potrebbe sfruttare la sua statuaria bellezza per calendari, passerelle e spot pubblicitari, mentre Gianmarco potrebbe accontentarsi di qualche ruolo in una fiction commerciale oppure di un cinepanettone di tanto in tanto. Sicuramente per entrambi, in quel 1998, erano lontanissimi i successi clamorosi de “I Bastardi di Pizzofalcone” e di “Squadra Antimafia e dai ruoli intensissimi di Luciano Spalletti nella fiction sulla vita di Totti (“Speravo de morì prima” che ha recentemente visto protagonista Gianmarco) e di Edoardo Rengoni in “Una grande famiglia” (che per tre stagioni ha visto tra i protagonisti Alessandro). Quando l’etichetta di “figlio di…” incomincia ad essere troppo grande, c’è solo un modo per voltare pagina: alzare l’asticella e dimostrare il tuo valore. Alessandro e Gianmarco conquistarono una bella fetta di personalità proprio nel tour teatrale 1997/1998 che fece tappa anche al Teatro Alambra di Maddaloni.

Alessandro Gassmann: una breve passeggiata per Maddaloni prima del suo ingresso all’Alambra

Testimoni” era il titolo del testo portato in scena con la regia di Angelo Longoni, sceneggiatore e drammaturgo i cui copioni hanno sempre lasciato un segno profondo nel pubblico (“Naja”, ad esempio fu uno spettacolo teatrale poi diventato film che metteva sotto la lente d’ingrandimento la vita repressiva del servizio militare). “Testimoni” fu una commedia di rara intensità che incollò il pubblico alle poltrone trattando un tema che nel tempo abbiamo avuto modo di conoscere più da vicino attraverso la cronaca nuda e cruda. La vicenda ruota attorno a due amici, testimoni casuali di un omicidio consumatosi all’interno della malavita organizzata. I due decidono di riconoscere e denunciare gli assassini e di testimoniare successivamente al processo contro di loro. La scelta di alto valore civico li costringerà, però, a vivere in continuo stato di pericolo, nascosti in un luogo segreto, isolati e protetti in attesa della deposizione. La commedia puntava il dito contro l’inquietudine con la quale viene spesso concepita la giustizia e rappresentò una prova maiuscola per Alessandro Gassmann e Gianmarco Tognazzi, sommersi da applausi sinceri e a tratti commossi. “Testimoni” registrò circa 400 repliche e fu un successo quasi pari a quello di “A qualcuno piace caldo”, il precedente lavoro portato in scena da due attori da sempre fratelli d’arte e non solo, capaci di costruirsi, passo dopo passo, una carriera ricca di soddisfazioni e di consensi. In quella sera di febbraio di 23 anni fa, gli eredi Tognazzi & Gassmann rimasero a lungo colpiti dal Teatro Alambra, un gioiellino di provincia pregno di storia ed aneddoti che seppe accogliere i due “figli di…” con grande calore e partecipazione immergendosi in una commedia poco leggera e molto impegnata. Una commedia che trattava l’ancora complesso problema dei testimoni di giustizia.

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