a cura di Dario Bocchetti

Nel nome del Presidente De Luca, del Figlio e dello Spirito Santo, Amen.
Se l’obiettivo di Don Vincenzo era quello di attirare l’attenzione verso la sua persona, beh, ha spaccato, come si suol dire nel linguaggio giovanile.
Come una freccia scagliata dall’arco di un potente tiratore, non solo ha centrato il punto rosso, ma ha distrutto l’intero bersaglio, illuminandosi d’immenso.
Per farla breve, De Luca ha annunciato il lockdown per cercare di arginare la curva epidemiologica che, come ben sappiamo, in maniera inarrestabile, è sempre più minacciosa, arrivando a toccare quota 2590 contagi.
Fortunatamente il tasso della mortalità del virus resta accettabile, come sono più o meno sotto controllo anche i posti letto e le terapie intensive.
A fronte di questi numeri, il Presidentissimo, forse con troppa fretta e, forse, senza considerare tanti altri fattori, annuncia: “È lockdown”.
La risposta del popolo è immediata, non ci sta ad un nuovo coprifuoco generale.
E la rete partorisce un’iniziativa apparentemente e fondamentalmente quasi accettabile che si traduce in una protesta pacifica sotto gli uffici della Regione a Santa Lucia.
L’iniziativa comincia a fare rumore fino ad arrivare alle orecchie di alcuni personaggi di certi ambienti.
Da qui l’inferno, il caos, gli attacchi alle forze dell’ordine e le devastazioni.
Le persone perbene subito si dissociano ed abbandonano il corteo lasciando il palco ed i riflettori ai delinquenti.
Perché chi fa devastazioni e chi aggredisce poliziotti, carabinieri e giornalisti, non può non essere definito che delinquente.
Un altro dato che probabilmente è stato determinante per la rivolta di venerdì, è sicuramente dovuto all’economia sommersa che in Campania muove milioni e milioni di euro.
A seguito della protesta, De Luca che fa? Pugno fermo e ribadisce: “È lockdown”.
Ma se senza soldi non si cantano messe, non si può nemmeno attuare un lockdown senza prevedere un ristoro adeguato per tutti coloro che verrebbero penalizzati e paralizzati dallo stop.
Da qui l’interlocuzione con Roma.
Più o meno potrebbe essere andata così:
“Egregio Signor Presidente, il lockdown come lo fate se non ci sono i fondi per garantire la sopravvivenza a milioni di persone?”
Un po’ come quando cerchi di chiamare tua moglie ed il tuo gestore ti informa che il credito è esaurito.
E allora quale sarebbero le ragioni di De Luca?
Beh, chiudere tutto vuol dire prendere una decisione impopolare, quindi sicuramente non populista, mettendo da parte quello che per la maggior parte dei politici resta l’obiettivo principale, ossia il consenso.
E su questo aspetto diamo atto a De Luca che non si piega al compromesso.
Almeno sotto il profilo delle apparenze, poi la verità è un elemento che solo in pochissimi possono conoscere.
Poi, però, c’è il fallimento di un’intera classe politica che prima fa spendere (Allo Stato ed ai privati) tanti soldi per adeguare uffici e strutture per “Garantire” (?) strumenti per prevenire la trasmissione del virus, per poi mettere in atto la più goffa delle contraddizioni pensando di chiudere quelle stesse strutture e quegli stessi uffici che hanno investito denari per essere osservanti dei vari DPCM che si sono succeduti.

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