Indagine su sette capisquadra di polizia travolti da errori commessi dalla Giustizia.

In tutto il mondo i movimenti democratici premono per un rapporto diverso con le forze di polizia, spesso chiamate in causa per abusi sui fermati.

A 20 anni esatti dai drammatici fatti della “Diaz” di Genova questo pamphlet ci ricorda che gli agenti responsabili delle violenze avvenute nella scuola non sono mai stati identificati. Davvero era impossibile, come sostengono le sentenze? La ricerca si basa sulla lettura degli atti giudiziari e solleva più di qualche dubbio a riguardo. A entrare nella scuola furono 350-400 agenti di reparti diversi. Sono stati condannati 28 poliziotti, soprattutto ufficiali e funzionari, con l’accusa di non avere fermato gli eccessi. Tra di loro ci sono 7 capisquadra e il comandante del VII Nucleo sperimentale del Primo reparto mobile di Roma. Il quadro fornito da questa inchiesta è chiaro: le indagini non furono sufficienti, i 7 capisquadra condannati sono dei capri espiatori.

Nella notte fra il 21 e il 22 luglio 2001 e per qualche giorno successivo, a Genova, la Repubblica italiana subì quella che Amnesty International ha definito come la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale. Per una notte, e solo a Genova, afferma l’organizzazione internazionale che vigila sul rispetto dei diritti umani, l’Italia assomigliò più al Cile di Pinochet, all’Argentina di Videla che a uno stato antifascista nato dalla Resistenza.

A un pugno di uomini di legge, senza controlli superiori, bastò abdicare ai propri doveri, per ricreare, seppure in circostanze limitate, uno status molto simile a una dittatura militare. Il processo che ne è seguito ha stabilito che violenze gratuite di ogni tipo furono esercitate nei confronti di decine di manifestanti fermati, incolpevoli. 

Davanti alla “Diaz”, a seguito di un ordine perentorio proveniente dai massimi vertici della polizia, furono riuniti numerosiagenti, fino a raccoglierne circa 400. La presenza di tanti poliziotti non era affatto necessaria allo scopo prefisso. Come si vedrà, invece, il blitz nella scuola si rivelò subito un disastro, un fallimento logistico, politico, umano e, per alcuni malcapitati, anche devastante in termini di danni fisici alla persona. I “terroristi” alla Diaz non c’erano, l’azione si risolse in un inutile dispiegamento di forze. E violento ben oltre ogni misura. 

Come sia stata possibile tanta imperizia, come si sia potuto agire con tanta leggerezza, ancora oggi a distanza di quasi 20 anni non è completamente chiaro. Compito del presente pamphlet è appunto illuminare alcune importanti zone d’ombra. I vari processi istruiti nei confronti di una serie di poliziotti e funzionari considerati responsabili, in verità non sono mai stati in grado di chiarire chi abbia, materialmente, percosso giovani inermi, già a terra e terrorizzati dall’irruzione impetuosa, a causa della quale per poco non ci scappò il morto.

In totale, dopo i tre gradi di giudizio, sono state condannate 28 persone, fra cui 7 capisquadra. Gli altri 21 sono dirigenti o funzionari di polizia. 

Deludendo completamente le aspettative, la sentenza finale non indica gli attori materiali dei pestaggi, condanna solo i 28 responsabili per non avere materialmente impedito il “macello” e addirittura per avervi genericamente preso parte, senza specificare le accuse di abuso ai danni di qualcuno in particolare. 

Roberto Schena è nato a Milano nel 1954, dove vive da sempre e dove ha esercitato come giornalista professionista nelle redazioni di cronaca e politica di diverse testate quotidiane. Ha pubblicato diversi pamphlet a cavallo fra storia moderna e attualità.
Del 2009 è Pio XII santo?, excursus dei pro e contro il sicuramente discutibile operato del Pontefice più chiacchierato del secolo, a cominciare dalla nomina cardinalizia fino alla controversa considerazione in cui è tenuto nei nostri giorni.
Del 2013 è Storiacce padane – Come non costruire un partito, tanto meno il suo giornale, sulla nascita del quotidiano La Padania, che inizialmente vendeva 70mila copie al giorno e dove l’Autore ha lavorato per 20 anni, nonché sugli errori imperdonabili commessi dalla Lega nel condurre il suo prodotto culturale più significativo, tali da averlo portato alla chiusura.
Del 2018 è Milano, la città dei 70 borghi, un j’accuse, documentato fotograficamente, sulla Milano dei grattacieli che lascia andare in rovina l’enorme patrimonio paesistico-storico-urbanistico della città, ma lontano dal centro degli affari. È in preparazione il secondo volume.

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