La leggenda dell’alpinismo polacco si racconta in un’autobiografia e ci svela retroscena e programmi della spedizione invernale sulla seconda montagna più alta della terra. “Gli alpinisti di oggi? Solo selfie…”

Si intitola La mia scelta. Vita e imprese di una leggenda dell’alpinismo polacco l’autobiografia del mito Krzysztof Wielicki, l’uomo che per primo raggiunse la cima di un Ottomila in inverno. Arrivò in vetta all’Everest nel 1980 in condizioni così estreme da non riuscire “nemmeno a camminare perché il vento ti faceva piegare su te stesso”. Ma non gli passò la voglia: nell’86 il Kangchenjunga con Jerzy Kukuczka e il Lhotse nell’88 addirittura in solitaria. Nessuno l’ha mai fatto. “Attaccare in inverno una montagna così grande, sconosciuta, con appena una piccola tenda a disposizione, è una cosa che possono fare solo i polacchi”.

L’ARTE DELLA SOFFERENZA – C’è tutto l’orgoglio di un popolo in questo piccolo grande uomo nato a Szklarka Przygodzicka, a un’ottantina di chilometri a nordest di Breslavia, nel 1950: “Noi siamo cresciuti a calci nel sedere, abbiamo coltivato l’arte della sofferenza, una cosa che le generazioni di oggi non conoscono. Noi andavamo in vetta per il nostro popolo, gli alpinisti di oggi lo fanno solo per loro stessi, per un selfie…”.

L’INTERVISTA – Abbiamo incontrato Wielicki al Trento Film Festival (dove ha presentato l’autobiografia appena pubblicata da Hoepli): e ci ha raccontato del suo cammino, della sua più grande impresa (che non è stata un’invernale) e ci ha svelato i retroscena della famosa spedizione invernale sul K2 di due anni fa, in cui Wielicki era capospedizione: “Con Urubko c’è stato qualche problema, ma lui è forte e noi siamo amici. Il prossimo inverno torneremo lì insieme…”.

Fonte: Gazzetta.it