C on un agguato, ma un appuntamento tra ultrà rivali. Non un’eccezione, ma la regola del tifo estremo. Non solo Milano, ma Verona, Roma, Londra, Parigi, Berlino, Amsterdam, Mosca. C’è uno strano fenomeno che attraversa l’Europa, saldandola molto di più della moneta unica. Un fenomeno poco raccontato, persino sottaciuto, dove l’Inter-Napoli di turno diventa pretesto per una sorta di “Fight club” all’aperto: avete presente il film dove Edward Norton (e l’alter ego con la faccia di Brad Pitt) sfoga la sua anima nera picchiandosi selvaggiamente con degli sconosciuti? Nella vita reale accade una cosa simile: non è più un affare di singoli, ma di gruppi che hanno un codice e si affrontano perché gli scontri sono parte essenziale del loro modo di sentirsi ultrà. Si considerano dei ribelli, non si riconoscono nel calcio moderno. Per quanto ai tifosi normali, quelli che hanno le palpitazioni quando gioca la squadra del cuore e vanno allo stadio con sciarpa, bandiera e magari tenendo per mano un bambino, possa apparire incredibile e fuori da ogni logica, scontri programmati e regolati da minuziose regole d’ingaggio sono diventati la prassi tra commando rivali.

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Moda dall’inghilterra — Una “moda” nata in Inghilterra e rilanciata da tifoserie relativamente piccole (a Londra, ad esempio, quelle di Millwall o West Ham), ma con una tradizione alle battaglie da Champions League. Novità ripresa dai russi (dove in aperta campagna non lontano dalla capitale vanno in scena battaglie furiose, con tecniche d’assalto di stile militare), poi in Francia, Germania e infine in tutta Europa, Italia compresa. Da noi il fenomeno è cresciuto parallelamente ai daspo distribuiti nelle varie curve e questo fa capire come un provvedimento simbolo dello Stato si sia trasformato in boomerang, perché il problema violenza è sempre meno frequente negli stadi, ma i numeri non sono in calo. Meglio, sono in calo gli episodi intercettati dalle forze dell’ordine, ma tantissimi sfuggono ai radar o lasciano minime tracce. Ecco perché parlare di “semplici incidenti” non aiuta a capire, inquadrare e infine trovare i rimedi concreti per contrastare un fenomeno che si è talmente diffuso tanto da aver creato persino la figura del “pendolare degli scontri” che si sposta di città in città non per turismo: ha l’unico scopo di battersi con ultrà avversari. Si possono seguire le logiche delle alleanze (ecco spiegata la presenza di quelli del Nizza e del Varese a fianco degli interisti) oppure fare il cane sciolto e annusare l’odore della battaglia. Così, all’estero si ritrovano dalla stessa parte della barricata persone che in Italia sarebbero nemiche. E sempre più spesso queste persone hanno una vita normale, un lavoro, magari una laurea con il massimo dei voti conseguita nelle migliori università. Come Marco “il Rosso” Piovella, uno dei capi curva interisti, finito in cella dopo i fatti del 26 dicembre.


Le indagini e le parole — Guido Salvini, il giudice delle indagini preliminari, ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dal suo avvocato perché si è rifiutato di dare elementi utili a sbrogliare la matassa di quello scontro. Comportamento omertoso, ma in linea con la mentalità dura e pura da ultrà. Piovella ha però fatto un’eccezione: al gip ha riferito dei soccorsi prestati all’amico Dede Belardinelli, travolto e ucciso da una o due macchine in fuga dall’inferno. Ecco, alcuni di quei passaggi uniti alle parole di Luca “il Gigante” Da Ros (membro dei Boys nerazzurri, arrestato perché presente agli scontri e messo ai domiciliari per aver collaborato con gli inquirenti) e alle dinamiche adottate dalle due fazioni (napoletani compresi) ci riportano alla maledetta sera di Santo Stefano. Secondo i tam tam del mondo ultrà, doveva essere un regolamento di conti concordato, una “guerra pulita” con tanto di appuntamento preso nei giorni precedenti. La morte di Belardinelli ha cambiato la scena. E adesso la stessa inchiesta giudiziaria potrebbe approfondire un aspetto non secondario. Al momento la Procura di Milano insegue altre priorità: identificare più ultrà possibili fra chi ha partecipato alla guerriglia scoppiata in via Novara, un paio di ore prima di Inter-Napoli, e distribuire le varie responsabilità. Capire il prequel degli scontri potrebbe entrare nella seconda parte delle indagini, quando i pm e il gip compiranno nuovi interrogatori nel tentativo di sfondare il muro di reticenza che ha reso complicata la ricostruzione del puzzle. Chi aveva avvisato gli ultrà del Nizza? Come sono arrivati in Italia? Davvero l’idea era un assalto alla colonna dei rivali napoletani (dove potevano benissimo esserci anche delle famiglie) diretti allo stadio, per costringerli a farli scendere dalle auto con una modalità “infame” secondo le logiche del tifo estremo?

Lo strano precedente — Più di un dubbio potrebbe portare presto gli inquirenti ad analizzare a fondo (e a freddo) eventi e tempistiche degli scontri. Non solo, volgendo lo sguardo al passato si scoprono un paio di precedenti praticamente identici a quello di via Novara, in particolare la battaglia del 4 febbraio 2018 tra veronesi e romanisti a pochi chilometri dalla stadio Bentegodi. In quell’occasione erano stati arrestati in flagranza di reato (rissa aggravata) 21 ultrà giallorossi, mentre altrettanti fan dell’Hellas (che si erano resi irreperibili dopo gli scontri: le manette possono scattare solo entro 48 ore dai fatti) erano stati denunciati nel giugno successivo, ma soprattutto le indagini hanno dimostrato che la guerriglia era stata pianificata e concordata tra le fazioni. È accaduto lo stesso a Milano? Possibile che un gruppo duro e puro di ultrà napoletani (quelli della Curva A, la stessa di Genny ‘a carogna) si sia messo in viaggio ben sapendo cosa sarebbe accaduto e per questo nella colonna dei mini bus coinvolti negli incidenti ce n’era uno carico di “armi” consentite in disfide simili? Possibile.

Le Regole d’ingaggio — I modi per attivare una guerriglia concordata sono sconosciuti al mondo normale, ma al contrario nell’universo ultrà le ha regolate una consuetudine pluridecennale: il contatto avviene su cellulari puliti (oppure anonimi indirizzi mail) usati solo per questo scopo, una volta accertata la disponibilità a scontrarsi si decide il luogo (quasi sempre distante dallo stadio per evitare l’intervento delle forze dell’ordine e il coinvolgimento di tifosi comuni), l’orario e le armi della contesa. Nella mentalità ultrà, le pistole sono un disonore; i coltelli a lama corta permessi solo per colpire nelle parti inferiori; si prediligono mazze di plastica dura, bastoni, aste e tirapugni. C’è poi un segnale convenzionale (petardi e fumogeni i più gettonati) che dà il via alla “partita”, quasi fosse il fischio dell’arbitro: a quel punto gli eserciti si schierano con precisi rituali e si procede a ondate. Il corpo a corpo è il momento clou e ci si allena per parare i colpi e infliggerne ai rivali. Le ferite sono messe in conto (cure fai da te, mai in strutture pubbliche) e una denuncia per i danni riportati è impensabile.

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C’è un fatto da tenere bene a mente: il grido “uomo a terra” ferma la contesa. Perché l’omicidio non è contemplato e se qualcuno si ferisce in modo serio, va soccorso e portato dai dottori. Proprio quello che è accaduto il 26 dicembre: i napoletani hanno bloccato tutto quando hanno visto Belardinelli steso sul marciapiede. Non solo, l’hanno consegnato agli interisti per permettergli il trasbordo in ospedale. Fino a quel momento tutto era andato secondo “protocollo”: Piovella o qualche altro capo nerazzurro avrebbe preso contatto con i rivali napoletani (tanti i precedenti tra le due fazioni) per fissare appuntamento e regole d’ingaggio, poi allertato gli alleati (francesi e varesini a cui apparteneva Belardinelli) per farli arrivare in tempo a Milano. La cupola avrebbe infine preparato la macchina con le armi, radunato il commando nei vari bar e scelto gli uomini da impiegare. Che hanno eseguito senza chiedere spiegazioni. Dall’altra parte della Penisola, i napoletani affrontano la trasferta con i mini bus (tenendo indietro quello con le armi, in modo da farlo svicolare in caso di controlli), fornendo indicazioni sul percorso. A quel punto, come raccontato da Da Ros (fratello del cestista Marco, gioca in A1 con Trieste), i capi interisti ordinano a un centinaio di “soldati” di spostarsi in via Novara. Qui aspettano la colonna avversaria, quando arriva parte il segnale convenuto: petardi e fumogeni. La strada è invasa da ultrà nerazzurri, i napoletani si fermano e scendono, preparandosi allo scontro più o meno con le stesse armi dei rivali.

I possibili sviluppi — Ma via Novara non è una zona deserta, non è un parco o un’isola pedonale. Al contrario è una delle arterie più battute per raggiungere San Siro. E quindi dietro alla fila dei mini bus ci sono altre macchine, magari di tifosi del Napoli che si sentivano al sicuro proprio perché all’interno di una comitiva. A differenza degli ultrà, non hanno nessuna intenzione di battersi, non sanno nulla di appuntamenti e guerre concordate. Sono persone normali e reagiscono nel modo più naturale davanti all’inferno: hanno paura, tentano di scappare. Chi è al volante si trova a compiere uno slalom complicato: la visuale è ridottissima a causa di fumo, nebbia, buio e della guerriglia in atto. L’investimento mortale di Dede sarebbe in questo scenario un’orribile conseguenza. Il finale della storia lo scriverà comunque la magistratura: ipotizza l’omicidio volontario, ma le indagini (complicate) potrebbero anche ripiegare sull’omicidio stradale. Nello stesso tempo l’inchiesta (affidata ai pm Michela Bordieri e Rosaria Stagnaro e coordinata dall’aggiunto Letizia Mannella) avrebbe però un grande merito: accendere finalmente i riflettori sui fight club italiani, permettendo ai legislatori di prendere le contromisure adatte a stroncare il fenomeno. Molto più esteso di quanto si immagini.

 Francesco Ceniti 

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Fonte: Gazzetta.it