Il campionato era già vinto: i Los Angeles Dodgers avevano 10 partite di vantaggio sui Cincinnati Reds e i playoff erano sicuri da un pezzo. Ma il baseball sa sempre tirare fuori una storia per convincere la sua gente ad andare allo stadio. E la storia quel 2 ottobre del 1977 diceva che non c’era mai stata una squadra con quattro giocatori capaci di battere 30 fuoricampo in una stagione. Non c’era mai stata, ma se mai avrebbe potuto esserci, il giorno era quello. Perché i Dodgers avevano Reggie Smith, Steve Garvey e Ron Cey che, piuttosto incredibilmente, avevano tutti e tre raggiunto la quota; e poi c’era Dusty Baker, con 29 fuoricampo. Il Dodger Stadium quindi era pieno solo per vedere una cosa: una bastonata di Dusty contro gli Houston Astros. Primo inning niente. Secondo turno in battuta di Dusty al quarto inning, e ancora nulla. Terzo tentativo al sesto, e bum: fuoricampo. Il quartetto di moschettieri di Los Angeles era completo, la storia era scritta e la gente avrebbe potuto andarsene a casa felice di aver soddisfatto il vero, imprescindibile desiderio di tutti gli appassionati di baseball: essere testimoni di qualcosa di memorabile. In effetti era così, anche se quello che è rimasto per davvero nell’immaginario, e poi addirittura nella pratica comune di tutti gli sportivi del mondo è in realtà successo qualche secondo dopo il fuoricampo. Baker girava le basi, e una volta segnato, mentre si avviava verso la panchina, ha incrociato Glenn Burke, un rookie che sarebbe andato a battere da lì a poco. Glenn al suo passaggio ha alzato il braccio destro, con il palmo della mano rivolto verso di lui. “Non avevo idea di cosa fare – avrebbe raccontato Baker – così gli ho schiaffeggiato la mano”. Era nato l’high-five. Adesso magari uno potrebbe pensare sia stata una cosa così, passata semi-inosservata, e invece in tanti si resero conto che quel gesto semplice poteva avere una forza sorprendente. Era la via di mezzo tra una stretta di mano e un applauso da schioccare in due. I Dodgers cominciarono a complimentarsi tra loro in quel modo. E per l’anno successivo il club lo fece mettere nella copertina del suo almanacco, trovandogli il nome: high five.

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Glenn Burke è morto nel 1995Glenn Burke è morto nel 1995

Glenn Burke è morto nel 1995

Glenn Burke è morto nel 1995

Da Los Angeles a Oakland — Solo che su quella copertina c’era Dusty Baker, giustamente, ma non Glenn Burke. Il “cinque” glielo dava il molto più celebre e riconoscibile Steve Garvey. Il fatto è che Burke, come detto, era un debuttante piuttosto sconosciuto. Che peraltro nella partita in cui inventò l’high five era andato a battere subito dopo Baker e anche lui aveva sparato un fuoricampo. Il suo unico fuoricampo coi Dodgers, uno dei due soli che ha battuto in tutta la carriera in MLB. Perché probabilmente non era un fenomeno, ma soprattutto per un’altra ragione. Adesso tutti dicono che non c’è mai stato, in 140 e più anni di MLB, un giocatore che abbia fatto coming out. Ma non è del tutto vero: c’era stato Glenn. Lo sapevano tutti, che era gay. Tanto che il general manager dei Dodgers, Al Campanis, si era offerto di pagargli una luna di miele da sogno per tenere coperta la cosa. “Basta che ti sposi”, gli disse. E Glenn: “Con chi? Con una donna?”. Dal che si era capito che la strategia non avrebbe funzionato. Non erano tempi. Non li sono ora, figuriamoci nel 1978. Avrebbe poi raccontato Burke che a un giornalista lo aveva anche detto: “Sì, sono gay”. Ma lui scuotendo il capo disse: “No, questo proprio non posso scriverlo”. Così fu ceduto, andò agli Oakland A’s. Teoricamente una buona destinazione: lì di fianco, a San Francisco, la comunità gay di Castro era già importante. Praticamente però fu un disastro, perché agli A’s perché agli A’s poco dopo sarebbe arrivato Billy Martin, ex star degli Yankees che hanno ritirato il suo numero 1, manager geniale ma non celebre per la diplomazia: normalmente regolava i suoi affari a insulti e/o a cazzotti. E da noi in Italia potrebbe far sorridere sapere che Billy di cognome si chiamava Martin, ma avrebbe dovuto chiamarsi Salvini. Veramente: prese il cognome di un padre che aveva abbandonato sua mamma ancora incinta, lui lo avrebbe conosciuto solo da adulto (e celebre). La ragazza-madre che lo ha allevato, pentendosi di non avergli dato il suo cognome, si chiamava Jenny Salvini. Comunque: Martin, coi consueti bei modi, alla prima occasione in spogliatoio chiamò Glenn “faggot”, frocio.


Glenn Burke festeggia con Dusty baker: così nacque

Glenn Burke festeggia con Dusty baker: così nacque “l’high five”

La vita fuori dal diamante — A fine 1979, poi, Burke si fece anche male a un ginocchio, e quindi tanti saluti. E basta col baseball, ma non per via del ginocchio. Quella era stata la scusa. Basterà dire che avrebbe poi vinto l’oro nei 100 e nei 200 ai Gay Games del 1982, dove forse il livello non sarà stato altissimo, ma dove non si vince con un ginocchio rotto. Così Glenn è finito a giocare con gli Uncle Bert’s Bombers, nella San Francisco Gay Softball League. E poi nemmeno più lì. Fu investito da un’auto, ne ebbe una gamba rotta in tre punti. E fu il precipizio: la vita per strada, da homeless, la droga, il carcere, per furto e possesso di stupefacenti. E poi ancora per violazione della libertà vigilata. Nel 1994 si seppe che era malato di Aids. La sorella Lutha andò a cercarlo a San Francisco, lo trovò, lo riportò a casa, a Oakland. E così Glenn fece in tempo a scrivere la biografia: “Out at Home”, eliminato a casa base. «Nessuno può più dire che un gay non può giocare in Major League, perché io sono gay e ce l’ho fatta», scrisse. Appena in tempo: nel 1995 Glenn è morto. Aveva 42 anni. La sua eredità è nelle mani di tutto il mondo, nello sport e nella vita di ogni giorno. È quel gesto che vuol dire “Complimenti”, “Mi fa piacere vederti”, “Sei stato bravo”, “Sei simile a me”.

 Mario Salvini 

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Fonte: Gazzetta.it